La sopravvalutazione del giovinastro
Qualche giornata di rivolta metropolitana a Londra e in altre città britanniche è bastata perché l’opinione pubblica internazionale, appoggiata da una raffica di catastrofismo sociologico, decretasse il fallimento irreversibile dei principi di convivenza in quel paese. Lo stesso era accaduto qualche anno fa, quando a bruciare erano state le periferie parigine. In realtà, poi, dopo qualche intervento di pubblica sicurezza e qualche modesta misura assistenziale, l’incendio francese è stato domato e, con ogni probabilità, sarà così anche per quello britannico.

L’agitazione violenta, soprattutto se ha come protagonisti i giovani, riscuote sempre un credito esagerato negli ambienti intellettuali. Gli indignados spagnoli, nonostante il loro reiterato tentativo di intimidire i parlamentari (o forse proprio in virtù di avversione alla “casta”) hanno suscitato commenti favorevoli persino nella stampa spagnola (e non solo) di orientamento cattolico. Persino l’evidente infiltrazione anarcoide delle proteste popolari greche è stata sottovalutata, sempre in nome di una sociologia insurrezionalista snobistica e senza capo né coda.
L’idea che le rivolte giovanili con saccheggi e vandalismi che turbano l’ordine pubblico in paesi dove vigono i principi democratici siano paragonabili a quelle che contestano i regimi autoritari nei paesi arabi, che l’azione delle forze dell’ordine di Atene, Londra o Parigi sia “repressione” come i massacri siriani è la conseguenza di questa sociologia d’accatto.